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Lo scarto che diventa oro — Ortobioattivo
Ortobioattivo
Lo scarto che diventa oro
Una molecola danese, un casaro del Wisconsin e la domanda che continuiamo a evitare: stiamo curando il sintomo o la causa?
C’è una storia, in questi giorni, che vale la pena raccontare anche da qui, da una collina sopra Firenze dove da dodici anni proviamo a far parlare il suolo. È la storia di una molecola nata per curare il diabete, che è diventata il farmaco dimagrante più discusso del decennio, e che — passando per i social, le palestre, i supermercati — è arrivata a ribaltare l’intera gerarchia di valore dell’industria del latte. Oggi, in Wisconsin, molti caseifici guadagnano più dal siero che dal formaggio. Per secoli quel liquido giallastro era uno scarto. Ora è oro, perché ne estraiamo la proteina che serve a chi, dimagrendo troppo in fretta grazie a un farmaco, perde insieme al grasso anche il muscolo.
Ce la racconta bene Andrea Degl’Innocenti nella sua newsletter Entangled, mostrando come ogni anello di questa catena generi, quasi per inerzia, l’anello successivo: il farmaco genera il bisogno di proteine, il bisogno di proteine genera un mercato, il mercato genera nuovi impianti, i nuovi impianti genereranno — chissà — nuovi allevamenti intensivi in Asia, con tutto ciò che ne consegue per clima, suolo e animali. Una reazione a catena che parte da un laboratorio di Måløv e arriva, potenzialmente, fin dentro le nostre filiere.
Uno schema che conosciamo bene
Quello che colpisce, leggendo questa vicenda, non è tanto la singola molecola o il singolo mercato. È lo schema. Peter Senge lo chiamava shifting the burden, spostare il peso: un problema strutturale genera disagio, un intervento sintomatico lo allevia, la pressione per affrontare la causa si allenta, la causa peggiora, il sintomo torna più forte, si aumenta la dose. Il sistema diventa dipendente da una soluzione che doveva essere temporanea.
Le cause profonde dell’obesità — un sistema alimentare che produce cibo ipercalorico e a basso costo, ritmi di vita che non lasciano tempo per cucinare, ambienti urbani pensati per l’automobile — restano lì, intatte, persino sollevate dalla pressione che avrebbe potuto spingere verso un cambiamento reale. Il farmaco funziona, certo. Ma funziona come un cerotto su una ferita che continua a sanguinare sotto la garza.
Ed è qui che, da agricoltori, ci sentiamo chiamati in causa. Perché questo schema non è nuovo. Lo conosciamo da dentro. È lo stesso schema con cui, per settant’anni, l’agricoltura industriale ha trattato il suolo.
Il farmaco del suolo
Un terreno impoverito non riesce più a nutrire da solo le piante che ci vivono sopra. La risposta storica è stata semplice e, in apparenza, geniale: somministrare dall’esterno, in forma concentrata e immediatamente disponibile, gli elementi che il suolo non riesce più a fornire. Azoto, fosforo, potassio. Funziona, e funziona alla svelta. La pianta cresce, il raccolto arriva, il problema sembra risolto.
Ma il problema non era la mancanza di azoto. Il problema era — ed è — un suolo che ha smesso di funzionare come organismo vivente: senza humus, senza la rete di funghi, batteri, lombrichi che dovrebbe trasformare la sostanza organica in nutrimento disponibile per le radici. Aggiungere fertilizzante solubile è come iniettare insulina senza chiedersi perché il pancreas abbia smesso di produrla. Allevia il sintomo, ma intanto la biologia del suolo continua a impoverirsi, ogni anno un po’ di più, e la dose successiva dovrà essere più alta.
Cinquant’anni dopo, ci ritroviamo con suoli che, lasciati senza input chimici anche solo per una stagione, smettono semplicemente di produrre. Dipendenti, esattamente come il sistema descritto da Senge, da una soluzione che doveva essere un ponte e che è diventata l’unica strada percorribile.
La proteina isolata e il cibo che scompare
C’è un secondo filo, in questa storia, che ci riguarda ancora più da vicino: quello del nutrizionismo. Michael Pollan lo definiva così — la tendenza a pensare al cibo in termini di singoli nutrienti, anziché di alimenti interi nella loro complessità. La whey protein che oggi finisce nei popcorn, nelle patatine, nelle ciambelle, è forse l’esempio più estremo di questa logica: un nutriente isolato, estratto da uno scarto industriale, aggiunto a prodotti che con la nutrizione reale non hanno più nulla a che fare.
Ma un alimento intero non è la somma dei suoi nutrienti. È una rete di composti — fibre, polifenoli, micronutrienti, fitochimici — che agiscono insieme, in sinergie che la scienza sta solo iniziando a mappare. Lo studio OBA.NUTRA.FOOD che portiamo avanti con il professor Sofi all’Università di Firenze va proprio in questa direzione: non si tratta di “aggiungere proteina”, ma di osservare cosa succede al corpo quando torna a nutrirsi di alimenti coltivati su un suolo vivo, ricchi di quella complessità molecolare che un suolo morto, per quanto fertilizzato, non può restituire. I primi risultati — riduzione della massa grassa, aumento della massa magra, miglioramento dei sintomi gastrointestinali, riequilibrio del microbiota — raccontano una strada diversa da quella dell’integratore isolato: non sostituire ciò che manca, ma ricostruire un sistema in cui non manchi nulla.
Ricucire, non aggiungere
Tutto questo per dire: la storia dell’Ozempic e del siero non è una curiosità lontana, un aneddoto da newsletter. È la fotografia, nitidissima, di come funziona una società che — come scriveva Wendell Berry — ha smesso di pensare per cicli e ha iniziato a pensare per linee rette: un problema, una soluzione, un prodotto, un mercato. Una società additiva, che risolve aggiungendo elementi invece di toglierne, perché aggiungere genera valore di scambio a ogni passaggio, mentre togliere — semplificare, rallentare, lasciare che un sistema si riequilibri da solo — non genera quasi nulla, in termini di PIL.
Il nostro lavoro, in fondo, è il tentativo ostinato di percorrere la strada opposta. Il vermicompost, il tè di compost, i bioreattori batterici, le cover crop permanenti: non sono “input” nel senso in cui lo è un fertilizzante o un farmaco. Sono strumenti per restituire al suolo la capacità di fare da solo ciò che, da solo, sapeva fare prima che imparassimo a sostituirlo con qualcosa di più rapido. Non aggiungiamo una soluzione esterna al problema. Proviamo a far ripartire il sistema che il problema lo risolveva già, prima che decidessimo di scavalcarlo.
Non sappiamo come andrà a finire la storia del siero e dei farmaci GLP-1. Forse, come scrive Degl’Innocenti, ci porterà a nuovi allevamenti intensivi in Asia, o forse alle proteine fermentate da laboratorio, o forse — chissà — a una riflessione più ampia sul perché, prima ancora di dimagrire, abbiamo smesso di mangiare cibo vero. Quello che possiamo fare, dalla nostra collina, è continuare a coltivare un pezzo di risposta diversa: un suolo che non ha bisogno di un farmaco per funzionare, e un cibo che non ha bisogno di un’etichetta per nutrire.
Tutto è connesso, certo. Ma la connessione, a volte, si ricuce partendo da sotto i nostri piedi.