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La rotta perduta — Ortobioattivo
La rotta perduta
Non è la pasta il problema. È che abbiamo smesso di governare la nave.
Un paradosso che ci riguarda
Da qualche giorno circola in Italia un reportage della BBC dedicato all’obesità infantile in Campania, ripreso da molte testate con un titolo pensato per far discutere: i bambini italiani ingrassano per colpa di pizza, pasta e pane. È una sintesi che semplifica troppo, e che rischia di farci discutere della cosa sbagliata. Il punto sollevato dal servizio britannico non è la pasta in sé, ma qualcosa che tocca da vicino il lavoro che facciamo ogni giorno in campo: il progressivo allontanamento degli italiani dallo stile di vita che ha reso la dieta mediterranea un patrimonio riconosciuto dall’Unesco fin dal 2010.
Il paradosso è netto. Restiamo, agli occhi del mondo, il Paese simbolo di quel modello alimentare. Eppure proprio nelle regioni dove quel modello è nato, sovrappeso e obesità infantile continuano a crescere. Non è una contraddizione da liquidare in fretta: è un segnale che riguarda tutti noi che lavoriamo la terra e portiamo cibo in tavola, perché ci ricorda che un’eredità culturale, da sola, non protegge nessuno se il contesto in cui viviamo cambia.
Dieta come rotta, non come elenco
Vale la pena tornare all’origine della parola. Dieta viene dal greco antico díaita, che indicava lo stile di vita nel suo complesso, la ricerca di un equilibrio, e persino la cabina della nave dove sedeva il timoniere, colui che tracciava la rotta dell’imbarcazione. È un’immagine che ci parla direttamente: non stiamo parlando di una lista di alimenti concessi o vietati, ma di chi tiene il timone delle proprie giornate.
— dal reportage BBC sull’obesità infantile in Campania
I dati raccontati parlano di famiglie in cui il cibo cucinato in casa lascia progressivamente il posto a prodotti ad alta densità calorica, di porzioni che crescono, di pasti consumati sempre più in fretta. Parlano di bambini che passano meno tempo all’aperto e più ore davanti a uno schermo. Nessuno mette in discussione l’agricoltura mediterranea, il modo di coltivare, pescare, conservare, cucinare: quello che si è perso è la quotidianità che teneva insieme tutti questi gesti.
Le cinque P e il tradimento silenzioso
Secondo il professor Valter Longo, direttore del Longevity Institute dell’Università della California del Sud, la dieta mediterranea tradizionale sarebbe oggi seguita realmente solo da una minoranza degli italiani, sostituita da un modello che definisce delle cinque P: pizza, pasta, patate, proteine, pane. È una trasformazione particolarmente visibile proprio in Campania, terra che per generazioni ha rappresentato la culla di quel modello alimentare studiato da Ancel e Margaret Keys nel Cilento.
Non stupisce, allora, che l’Italia sia diventata il primo Paese ad approvare una legge nazionale che riconosce l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, determinata da fattori biologici, ambientali e sociali insieme. Né stupisce che la Campania sia oggi terreno di sperimentazione per interventi ambiziosi e, in alcuni casi, controversi.
Curare, non restringere
Qui però serve prudenza, soprattutto quando si parla di bambini e adolescenti. Roberto Berni Canani, professore ordinario di Pediatria all’Università Federico II di Napoli, avverte che imporre restrizioni alimentari a un’età in cui il rapporto con il cibo è ancora in costruzione può aumentare il rischio di disturbi del comportamento alimentare. Ciò che serve, secondo Berni Canani, è la capacità di famiglie, scuole e sistema sanitario di costruire insieme ambienti favorevoli, intervenendo precocemente quando compaiono segnali come un aumento di peso rapido o una stanchezza persistente.
È una lezione che vale anche per noi. La risposta a un problema sistemico non può essere un elenco di divieti imposto dall’alto, allo stesso modo in cui il problema stesso non è mai stato un singolo alimento. È l’ambiente quotidiano, nel suo insieme, a doversi ricostruire.
Dove ricominciare a governare la rotta
Da dove ripartire, allora? Noi crediamo che la risposta cominci dal suolo, non dal piatto. Un sistema alimentare si ricostruisce restituendo alle famiglie un accesso reale a cibo di stagione, coltivato vicino, riconoscibile, senza intermediari che allungano la filiera e appiattiscono il gusto verso il prodotto industriale. È il senso stesso di una comunità che si organizza intorno a un orto: non un gesto nostalgico, ma un modo concreto di rimettere le mani sul timone di quella rotta di cui parlava l’etimologia greca.
Il reportage della BBC, letto con attenzione, non ci chiede di difendere un mito nazionale dalle critiche straniere. Ci chiede una cosa più semplice e più scomoda: quanto di quella cultura alimentare studiata nel Cilento settant’anni fa siamo ancora capaci di viverla, oggi, nelle nostre case. La risposta non si scrive in una legge né in un digiuno terapeutico. Si scrive, un pasto alla volta, ricostruendo la filiera più corta che esista: quella tra il campo e la tavola.
Non si nutre la pianta — si nutre il suolo che nutre la pianta.
