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El Niño non crea il degrado. Lo rivela.
Otobioattivo
El Niño non crea il degrado. Lo rivela.
Mentre a Roma si presenta il rapporto Re Soil “Le buone pratiche che curano il suolo”,
sull’Oceano Pacifico è tornato il bambino. Le due notizie parlano la stessa lingua —
e arrivano nella stessa settimana per una ragione che non è il caso.
di Andrea Battiata · Ortobioattivo, collina di Bellosguardo, Firenze
Nei primi giorni di giugno la NOAA ha diramato un El Niño Advisory: la fase calda
dell’oscillazione del Pacifico equatoriale si è formata e, secondo i modelli, è destinata
a rafforzarsi fino all’inverno, con probabilità non trascurabili di diventare un evento
forte. Pochi giorni dopo, in occasione della Giornata mondiale della desertificazione,
la Re Soil Foundation manda in stampa un rapporto che raccoglie le voci di agronomi,
ricercatori e aziende che provano a invertire la rotta del degrado dei suoli europei.
Sembrano due cronache distinte — una climatica, una agronomica. Sono lo stesso fatto,
letto da due capi opposti del filo.
Perché El Niño, da solo, non distrugge nulla. Non è una calamità che cade sul giusto e
sull’ingiusto. È un’interrogazione. Riscalda le acque, scompiglia le circolazioni, e
consegna ai campi la sua firma più insidiosa: l’alternanza fra siccità prolungate e piogge
concentrate. È proprio questa sequenza — terreno che si secca, si crepa, si chiude, e poi
riceve in poche ore l’acqua di settimane — il meccanismo che mette alla prova ogni
ettaro coltivato. Un suolo nudo, compattato, mineralizzato dalla chimica di sintesi non ha
risposte: la pioggia non entra, scorre via, e con essa se ne va il poco di fertile che
restava. Un suolo vivo, invece, l’interrogazione la regge.
El Niño non porta il degrado in dote. Si limita a misurare quanto degrado avevamo già accumulato sotto i piedi.
Il suolo come bacino biologico
Lo ripetiamo da anni, e questa estate annunciata ce ne offre la prova sul campo: un suolo
sano è prima di tutto un bacino di ritenzione idrica, e lo è per ragioni
biologiche, non meccaniche. La sostanza organica trattiene molte volte il proprio peso in
acqua; gli aggregati tenuti insieme dalle ife dei funghi e dalle secrezioni batteriche
creano una struttura porosa che assorbe l’acquazzone e la restituisce lentamente alla
pianta nei giorni di siccità. È la spugna che la natura costruisce da sé, a patto che la
lasciamo lavorare. Dove abbiamo sostituito quella spugna con un substrato inerte tenuto in
vita a forza di fertilizzanti, El Niño non trova nulla da interrogare: trova già una
risposta morta.
Sulla collina di Bellosguardo questa spugna la coltiviamo con ostinazione: vermicompost e
suo estratto acquoso, biochar a fare da reef poroso per la vita microbica, colture di
copertura permanenti che non lasciano mai il terreno nudo, zero chimica di sintesi. Non
sono pratiche pittoresche. Sono l’architettura idraulica di un’azienda che ha deciso di non
dipendere dalla regolarità del cielo — perché la regolarità del cielo, nell’epoca delle
oscillazioni amplificate, è la prima cosa che abbiamo perso.
Le quattro dimensioni, viste da dentro
Il rapporto Re Soil ha il merito di dire una cosa giusta: i benefici della rigenerazione
non sono solo ambientali, ma insieme agronomici, economici e sociali. È la mappa esatta
del territorio che abitiamo. Però una mappa la si disegna dall’alto, e dall’alto certe
dimensioni si appiattiscono. La dimensione economica, per chi vive di una CSA, non è una
voce di bilancio: è il fatto che le famiglie che ci sostengono pagano in anticipo il
rischio del raccolto, e così l’azienda non resta sola davanti all’annata difficile. La
dimensione sociale non è un indicatore: è la rete di persone che, condividendo il rischio,
hanno deciso che il suolo della loro città le riguarda. El Niño, paradossalmente, le
avvicina ancora di più — perché un’estate difficile, in una comunità che condivide,
diventa un fatto comune e non una perdita privata.
Un suolo non si difende dal clima da solo. Si difende dentro una comunità che ha deciso che quel suolo conta.
Una cura che non si presenta in un forum
C’è un dettaglio che non vogliamo lasciar passare in silenzio. Il rapporto verrà presentato
ufficialmente all’interno del Forum delle Bioplastiche Compostabili. È una sede legittima,
e la rete delle Lighthouse Farms che la Fondazione coltiva è preziosa. Ma c’è un
rischio sottile, ed è quello di consegnare la cura del suolo a una vetrina industriale —
di trasformare ciò che è biologia, tempo e mani in un capitolo del racconto di una filiera.
Il suolo non ha bisogno di un forum. Ha bisogno di non essere lavorato quando è bagnato, di
essere coperto quando riposa, di essere nutrito con la vita e non con il sale. Sono gesti
che non fanno notizia e non si lasciano fotografare bene. Eppure sono gli unici che, quando
il bambino tornerà a soffiare sul Pacifico, faranno la differenza fra un campo che trattiene
e un campo che frana.
Aspettiamo dunque questo El Niño senza la paura che si addice a chi ha lasciato il terreno
indifeso. Lo aspettiamo come si aspetta una verifica per cui ci si è preparati a lungo: con
la quiete di chi sa che la spugna sotto i piedi è viva, profonda, e pronta a fare il suo
mestiere. Il suolo, lo abbiamo scritto altre volte, non è un supporto né una merce. È
un’infrastruttura vitale. E le infrastrutture, quando arriva la piena, non si improvvisano:
si costruiscono molti anni prima, una pala di vermicompost alla volta.
Fonti e riferimenti
NOAA — El Niño forms, expected to strengthen (giugno 2026); WMO — Prepare
for El Niño, aggiornamento El Niño/La Niña (80% di probabilità giugno–agosto 2026,
evento almeno moderato). Re Soil Foundation, rapporto “Le buone pratiche che curano il
suolo”, scaricabile dal 17 giugno 2026 su
resoilfoundation.org/documenti;
presentazione al 3° Forum delle Bioplastiche Compostabili, Auditorium della Conciliazione,
Roma, 18 giugno 2026. Dichiarazioni di Margherita Caggiano, direttrice Re Soil Foundation.
Dati sul degrado dei suoli europei e sulla dipendenza della produzione alimentare dalla
salute del terreno: Commissione UE / FAO.