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Città infuocate e affamate: il suolo che non c’è più.

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Città · Urbanizzazione
 
 

Città infuocate e affamate: il suolo che non c’è più

Mai così tante persone hanno vissuto in città, mai le città sono state così
calde — e mai abbiamo sigillato così in fretta la terra che dovrebbe nutrirle. Le tre cose sono
lo stesso problema.

Più città, meno suolo

Quota della popolazione mondiale che vive in città (definizione “grado di urbanizzazione”, ONU 2025)

20% nel 1950 vivono nelle città

45%  nel 2025 vivono nelle città
più che raddoppiata in settant’anni

Nel 1950 in città viveva il 20% dell’umanità; oggi il 45% (circa 3,7 miliardi di persone).
Ma il dato che pesa di più è un altro: dal 1975 il suolo costruito è cresciuto quasi al doppio della
velocità della popolazione — da 44 a 63 m² di cemento a testa — e due terzi della crescita demografica al 2050 sarà urbana. Fonte: ONU, World Urbanization Prospects 2025.

Più bocche in città, meno terra per nutrirle

Viviamo, per la prima volta nella storia, in un mondo a maggioranza urbana. In
settant’anni la quota di umanità che abita le città è più che raddoppiata, e continuerà a salire.
Il problema non è la città in sé: è il modo in cui cresce. Il cemento avanza quasi al doppio della
velocità della popolazione, e ad andarsene per prima è sempre la stessa cosa — la terra fertile alle porte, quella più vicina a chi dovrà mangiarne i frutti. Concentriamo le persone e, nello stesso gesto, asfaltiamo il suolo che potrebbe sfamarle.

La città si auto-cuoce

Ogni metro quadro sigillato è un metro quadro che non evapora più. È così che nasce l’isola di
calore: superfici minerali che di giorno accumulano e di notte restituiscono, senza che nulla, in mezzo, traspiri. L’abbiamo visto da vicino — Firenze novantaduesima su centotto città italiane per vivibilità climatica. E il caldo non è solo un fastidio: deprime le rese agricole proprio mentre la domanda di cibo, dentro quelle stesse città, non smette di crescere. Più calore, più bocche, meno campi da coltivare: tre curve che divergono nel verso sbagliato.

Mangiare sempre più lontano da dove si vive

Cementificata la cintura peri-urbana, il cibo arriva da sempre più lontano, lungo filiere lunghe e fragili che — come ci ha ricordato l’allarme El Niño — si spezzano alla prima siccità dall’altra
parte del mondo o alla prima rotta marittima che si chiude. Una città che si stacca dalla propria
campagna diventa più calda e più dipendente nello stesso momento: paga il clima che si è costruita e la distanza da cui deve farsi nutrire.

Una città che asfalta la sua campagna fabbrica, con lo stesso gesto, il proprio caldo e la propria fame.

Il suolo vivo alle porte di una città non è spazio in attesa di essere edificato: è infrastruttura — raffredda, trattiene l’acqua e produce cibo a pochi chilometri da chi lo mangia.

Riportare la terra viva dentro e intorno alla città

La via d’uscita non è meno città: è città con il suolo dentro e attorno. Difendere come bene
strategico la fascia agricola peri-urbana, invece di consumarla; far rientrare il verde l’acqua  e gli orti negli spazi che abbiamo lastricato, perché una chioma e un terreno coperto raffrescano davvero  gratis, lì dove i condizionatori non fanno che spostare il calore fuori dalla finestra, e la città spugna modera le temperature.

E accorciare la distanza tra campo e tavola: una filiera corta non si spezza quando si chiude uno stretto di mare.
È il senso del nostro lavoro a Bellosguardo — un bordo vivo, a pochi chilometri dal centro di Firenze, dove un suolo rigenerato fa al tempo stesso da spugna, da condizionatore e da dispensa per la città che ha sotto gli occhi.

L’agrivoltaico: ombra al campo, energia alla città

C’è una tecnologia che mette d’accordo tutte queste cose. L’agrivoltaico
— pannelli solari montati in alto sopra le colture — fa ombra parziale al campo nelle ore
più feroci dell’estate, riducendo lo stress termico e idrico delle piante e proteggendo le
rese proprio quando il caldo torrido le metterebbe in ginocchio; e nello stesso tempo produce elettricità pulita lì, accanto alla città che la consuma. La cintura peri-urbana
smette così di essere un’alternativa secca — o campi, o pannelli, o palazzi — e diventa le tre cose insieme: cibo, ombra, energia. È anche la risposta alla falsa contrapposizione che troppo spesso blocca tutto: non dobbiamo scegliere tra sicurezza alimentare, paesaggio e rinnovabili. A una condizione, però: che l’impianto sia al servizio della coltura, non il contrario. L’agrivoltaico fatto bene parte dall’agronomia — altezza e
passo dei pannelli pensati per la pianta, colture scelte per trarne vantaggio — e non è un
parco fotovoltaico con due ortaggi sotto, per cambiare nome al consumo di suolo.

La città che respira e mangia

Caldo, acqua, fame, energia: la stessa radice e la stessa cura. Una città torna vivibile quando smette di considerare il suolo un vuoto da riempire e comincia a trattarlo come ciò che è — l’organo con cui  respira, beve e si nutre. Non è nostalgia di campagna: è progetto urbano, ed è l’unico che tiene insieme la temperatura, l’acqua e il piatto.

La città del clima nuovo non sarà quella che avrà più cemento, ma quella che avrà saputo tenersi
accanto la propria terra viva. Si comincia da un orto alle porte di Firenze, e da un suolo che non smette di respirare.

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Agricoltura rigenerativa ·
Bellosguardo, Firenze
Dati: ONU WUP 2025